Romanzi

“Dentro il male – Sentieri d’amore nel labirinto dell’ Alzheimer”

 

dentro il male gloria griggio

 Armando Editore, Roma
Pubblicato il 1° maggio 2010

< Sette anni, lunghi come sette secoli, condensati in attimi di silenzio. Potrei descrivere così l’esperienza di questo viaggio a ritroso che mi vede vicina a una persona gravemente ammalata: mia nonna. Ho vissuto accanto a un male che non ha volto, ma che è stato capace di divorarle l’anima. Nel tempo l’ha ridotta a cenere di se stessa. Ho assistito a tutti i passaggi del suo smarrimento nelle nebbie dell’Alzheimer e ho compreso che l’unico modo per affrontare la situazione era ritornare a percepire ogni emozione col cuore di una bambina: soltanto così potevo entrare in contatto col suo mondo interiore nel tentativo d’illuminare i suoi ricordi. Sempre amabile e premurosa, mia nonna non poteva essere diventata priva di senso umano. Perciò le parlavo, le raccontavo di me, della scuola, dei miei lavori, come se nulla fosse cambiato, ma tutto di lei iniziava a mancare. Abbiamo imparato quindi a disegnare un orizzonte di salvezza, un mondo fantastico che vedevamo solo noi, dall’alto di una giostra immaginaria che ogni volta torna al punto di partenza trascinata da ombre nuove. Gli ingranaggi della fatalità possono strappare il cuore e lacerarlo dall’interno, tra un sentimento che non si può dimenticare e una memoria che si perde nell’oblio, ma io e lei non siamo crollate. Abbiamo trovato il nostro rimedio: sognare. >

 ( Il libro è disponibile o ordinabile dal web o in qualsiasi libreria )

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Articolo uscito sulla rivista “OGGI” e “Terza pagina”

 

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Alcune presentazioni del libro:

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Recensioni:

FRANCESCA D’ANNA (giornalista)  

Possibile che abbia appena ventidue anni? È questo che mi sono chiesta dopo aver letto le primissime pagine del libro di Gloria Griggio “Dentro il male. Sentieri d’amore nel labirinto dell’Alzheimer”. E più andavo avanti più mi ripetevo, quasi incredula, la stessa domanda. Quella della giovane autrice è una scrittura molto bella, intensa, che arriva alla “pancia”. Nel volume pubblicato da Armando Editore di Roma, Gloria racconta il calvario di sua nonna, una figura femminile importantissima nella sua vita, sia prima, sia dopo la malattia che, purtroppo, continua, inesorabilmente, il suo odioso percorso degenerativo. Una donna dolce e fragile, Maria, colpita dal male otto anni fa, quando era ancora giovane e bella. Maria, la “Audrey” di una Gloria che descrive questo viaggio nell’Alzheimer con grande amore e delicatezza, ma anche con una crudezza e una lucidità che, a tratti, ti fanno sobbalzare come uno schiaffo in pieno viso. Quando si è presentata per parlarmi del suo libro, vestita in maniera molto semplice, in jeans, con i capelli legati in un coda di cavallo e un filo leggero di trucco, ho capito subito che davanti a me non c’era solo una bellissima ragazza – Gloria nella vita fa la modella e la ballerina – ma, soprattutto, una bella persona. Ci siamo sedute alla scrivania e porgendomi il volume, con in copertina una bella foto di qualche anno fa, con Maria che la tiene affettuosamente abbracciata, ha esordito: “Mi sono accorta solo dopo due mesi di aver scritto un libro. Appuntavo i miei pensieri, le mie riflessioni sulla malattia di mia nonna. Un evento che ha destabilizzato tutta la mia famiglia. Ci sono delle avvisaglie che qualcosa non va poi, dopo il responso dell’ennesimo medico, ti accorgi che una delle persone che ami di più al mondo è colpita da un male che arriverà ad impedirle di riconoscerti”. Tra le righe del libro si legge: “[…] l’Alzheimer ferisce il gruppo familiare in modo particolare, perché distruggendo il cervello di uno (o più) dei suoi membri anziani in pratica lo priva della sua memoria antica e fa saltare in aria i ponti delle sue relazioni”. Poi Gloria aggiunge: “Spero che raccontare in un libro il nostro dramma sia utile per quanti stanno affrontando la malattia”. Sono più di trenta milioni nel mondo le persone che soffrono di Alzheimer e, in rapporto agli ultrasessantacinquenni, è come dire che una persona su dieci soffre di questo morbo. Un dato impressionante! L’ho scoperto leggendo il libro di questa giovane spezzina che, con il suo modo di scrivere ricco di immagini e di metafore, ti imprigiona tra le pagine, nei capitoli che portano il nome di fiori e piante. Come quando la camera da letto di Maria si trasforma in un veliero pronto a solcare le onde, e i medicinali d’un tratto sono il carburante che permette di mollare gli ormeggi verso un viaggio lontano, per un attimo, dal dolore della malattia. Come quando, usando la combinazione alfanumerica A7 del gioco degli scacchi, paragona la malattia di sua nonna allo scacco alla regina. Mi è accaduto, come raramente mi accade, e se succede è con dei “gialli”, di divorare una pagina dietro l’altra per saperne di più perché, nonostante la malattia sia così diffusa, è poco conosciuta da chi ha la fortuna (e leggendo il volume si capisce che è davvero una questione di sorte) di non viverla sulla sua pelle.

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Nanni Romano (Professore, Scrittore, Pittore)

In un’epoca governata dalla televisione, dove sembra che tutto debba convergere necessariamente verso la ricerca del piacere e l’anestesia del dolore, nella grande illusione della felicità, il messaggio trasmesso da Gloria Griggio, con il suo romanzo, diverge radicalmente e tocca le radici dell’umana sofferenza nella prova della malattia, con un rigoroso rifiuto dell’illusione. La sua analisi intraprende un coraggioso viaggio “ Dentro il Male” per capire e descrivere, dopo aver “sentito” il “male di vivere”, una personale esperienza, e per indagare con gli strumenti dell’affetto e della sensibilità umana gli aspetti più autentici della malattia cerebrale degenerativa, nota come “morbo di Alzheimer”, patologia studiata dalla scienza medica con gli strumenti freddi e impersonali della ricerca razionale, approdando ad un’esatta descrizione, senza riuscire a trovare una terapia valida ed efficace.Gloria non si avvicina a quest’oscura patologia con la conoscenza scientifica e medica, con l’intenzione di capire e curare, ma con la maturità affettiva di una raggiunta consapevolezza della condizione umana -tanto profonda, quanto sorprendente, data la sua giovanissima età- e ci offre la sua risposta al dolore ed alla sofferenza, dimensioni sempre più lontane dall’ indagine scientifica, sempre più tecnologica, ma inesorabilmente presenti nell’esperienza quotidiana di tutti; ed è una risposta chiara ed univoca: il coraggio dell’amore proiettato oltre i dati del reale, per recuperare un significato vero ed autentico della vita, proprio quando il “male” la annulla e la umilia .I termini medici vengono trasformati in espressioni liriche e in immagini fantastiche: proprio mentre ci avviciniamo a comprendere gli aspetti più devastanti del male, veniamo riscattati dall’angoscia, con l’intensa partecipazione della parola poetica opportunamente inserita nella prosa, come eleganti monili che arricchiscono la figura elegante della persona, senza appesantire: “Un piccolo residuo della mente persiste alla rinfusa, disperso nell’incapacità di comunicare. I malati di Alzheimer sono persone sole, lasciate in mano al ticchettio di un orologio che fa sempre troppo rumore, ma mai abbastanza da rompere quel silenzio che le attornia.”La precisa descrizione dei dati oggettivi della patologia, l’incapacità di articolare ed organizzare i pensieri e l’impossibilità di comunicare la confusione degli stati di coscienza, immediatamente si trasforma in emozione, in commossa e angosciosa partecipazione al dolore nascosto e al lettore giunge l’intuizione del silenzio e della solitudine attraverso il monotono ticchettio di un orologio. È questa la scrittura di Gloria: la trasformazione della realtà in emozione attraverso immagini fantastiche, eppure rigorosamente realistiche, laddove ogni parola, ogni frase diviene simbolo di uno stato d’animo.Il continuo confronto, o forse lo scontro, fra l’immobile insensibilità della nonna e l’ostinazione della nipote di non abdicare all’amore nell’impossibilità di comunicare,crea una tensione emotiva percepibile in ogni pagina, comunicata al lettore con un paragone perfetto nella scelta delle parole e nell’accostamento analogico delle immagini:“Tra me e mia nonna c’è come un elastico teso, ancorato tra un amore che non si può dimenticare e una memoria che non riesce a ricordare.”Non può sfuggire al lettore la modernità di questo linguaggio, tanto semplice quanto efficace.I protagonisti del romanzo sono tre: Maria, la nonna di Gloria, malata di Alzheimer e condannata progressivamente a perdere la sua identità di persona, Gloria stessa, che osserva con la disperazione dell’affetto e lo strazio della sua sensibilità ferita lo sfacelo, la dissoluzione di una persona teneramente e profondamente amata, e la malattia, sempre presente in tutte le pagine, nei suoi effetti diretti ed indiretti, mentre proietta la sua ombra avida su ogni aspetto dell’esistenza.Ad una lettura appena attenta del romanzo, emergono alcuni aspetti significativi: la precisa comprensione umana dell’Alzheimer e la testimonianza, sofferta, ma altrettanto esatta, degli esiti psicologici in chi viene a contatto con tale patologia attraverso l’affetto per una persona malata. L’efficacia di un linguaggio semplice e aderente alla realtà dei giovani d’oggi, solo apparentemente spontaneo, piuttosto attentamente curato e ricercato, come appare evidente dalla straordinaria ricchezza di metafore e paragoni, quasi a comporre un’epica moderna, dove l’intensità della percezione emotiva non può essere trasmessa attraverso la fredda registrazione dei dati del reale, ma deve essere filtrata dall’energia del cuore, guidata dalla fantasia di un’anima sensibile. A queste condizioni, la parola diviene veicolo di emozioni labili e istantanee, ma di eccezionale vitalità e profondità; ed il confronto fra le proprie reazioni alle circostanze della realtà, reazioni appassionate e spesso convulse, e l’ immobile figura della nonna, ormai quasi refrattaria gli insulti della malattia, produce stupore e rabbia, avvilimento e ribellione in una giovanissima donna, impotente e disperata davanti alla persona amata che “pare si pietrifichi nella statua delle sue incertezze”. La debolezza dell’umana natura, uscendo dalla dimensione letteraria di un linguaggio elevato, è rappresentata con le parole semplici, tanto comuni, ma tanto efficaci, e gli uomini diventano “grattacieli in bilico su una briciola”.La capacità narrativa dell’autrice si rivela in molteplici aspetti della sua scrittura: l’originalità della scelta di assegnare a ciascun capitolo il nome di un fiore; la decisione di scegliere come punto d’inizio della narrazione una delle tante visite in ospedale, quando lo sviluppo dell’azione è già compiuto, così da evitare la banalità di un procedimento temporale lineare, e rendere possibile la progressione del tessuto narrativo “a cerchi concentrici” ; l’articolazione della narrazione con frequenti excursus, che finiscono per intersecarsi con la “storia” principale; la sostanziale coerenza dell’opera, pur diversificata nelle intenzioni di un diario intimo, di una vicenda personale e di una testimonianza.Particolarmente impressiona la compiuta consapevolezza del valore della scrittura, compresa nella sua capacità creativa e rivelatrice, non solo come modalità espositiva di dati oggettivi e soggettivi. Il linguaggio del cuore parla per immagini, e queste diventano la sostanza delle metafore, strumento linguistico usato con perizia e fantasia per rappresentare stati d’animo e condizioni dello spirito altrimenti inesprimibili e incomunicabili. Le parole riescono a recuperare, attraverso la metafora, quello che il silenzio rappresenta come rinuncia alla comprensione ed alla comunicazione; ed è allora che il dialogo impossibile con l’amata nonna si trasforma nell’esatta descrizione dei moti del cuore, perfettamente espressi e comunicati al lettore, quando si legge: “Il filo mi scivola via dalla cruna della suggestione e le mie parole svaporano in un sorriso d’intesa rivolto a colei che mi aveva insegnato a cucire”. Il dolore nel silenzio diviene fisicamente percepibile, quasi tangibile sentimento, attraverso parole comuni e “normali” , ma cariche di significato per la tensione emotiva che le accompagna:“Lei non poteva parlare, io non parlavo. Nel silenzio c’era la nostra unica possibilità di dialogo,la sola che potessi usare in sintonia coi suoi pensieri chiusi in sguardi muti”.Oppure l’acuta sensibilità e l’intensità dell’ amore di una ragazza tanto consapevole del suo carattere estremamente sensibile da dire di sè: “…prima di arrivarmi al cervello la vita mi colpisce alla gola”, trovano nell’ossimoro la modalità linguistica per trasmetterci il turbamento, lo sconcerto, l’incapacità di rassegnarsi all’indifferenza:“La vedevo sempre lì, nella stessa posizione, a combattere contro l’aria che non riusciva più a spostare perché il suo corpo era fermo, anche se instabile, tremante in un’irrequieta fissità.”Nell’impossibilità di una comunicazione reale con la persona amata, attraverso l’uso raffinato ed elegante delle parole, Gloria riesce a comunicare al lettore quella complicità emotiva che ha raggiunto con la mostruosità distruttiva dell’Alzheimer, per permettere al suo amore di non arrendersi, di non diventare solo rabbia, di non cercare il rifugio dell’assuefazione per non riconoscere la sconfitta.Difficile, se non impossibile, identificare il genere letterario a cui l’opera appartiene: ne sfiora diversi, senza identificarsi con nessuno: il romanzo, pur nella trama narrativa ridotta all’analisi di un’unica situazione, ma considerata da più punti di vista, il diario personale, perchè seguiamo l’intrico di pensieri e la folla di emozioni che fanno ressa nell’anima dell’autrice, la testimonianza di una patologia, con le sue conseguenze dirette e indirette. Tuttavia la definizione più esatta l’ha trovata proprio l’autrice, infatti la sua opera è davvero un viaggio ideale, con la mente e con il cuore, seguendo “I sentieri d’amore nel labirinto dell’ Alzheimer”. Il suo messaggio va ben oltre la considerazione di una patologia specifica, per segnalarci che è nell’amore l’unico orientamento possibile in un’esistenza divenuta soffocante ed ossessiva nel labirinto senza via d’uscita dell’egoismo e dell’indifferenza.Facilmente identificabile il vero protagonista: il mostro dell’Alzheimer: distrugge la mente, ingabbia il cuore, riduce al silenzio pensieri e sentimenti, confonde le direzioni, scambia i significati, fino a vanificarli. Da una parte la vittima, l’anziana nonna, dall’altra, la vincitrice, la coraggiosa nipote, autentica nel suo idealismo incapace di compromesso, assuefazione e rassegnazione all’indifferenza: combatte e sconfigge il mostro con una “verità” che “il male” non può dissolvere, come ha fatto con i dati della “realtà fisica” : la forza dell’amore, capace di costruire con i sentimenti cattedrali che resistono a qualunque catastrofe. E’ un triangolo: al vertice l’Alzheimer, alla base , una donna anziana, fisicamente sconfitta, ed una donna giovane,idealmente vincitrice, perchè la forza del suo amore è rimasta intatta, dopo aver attraversato il male di vivere, il labirinto dei sensi di colpa, la confusione dei pensieri, le contraddizioni dei sentimenti e avendo vinto la tentazione dell’indifferenza.La mente umana ha l’innata tendenza alla sintesi, e anche noi vorremmo trovare un pensiero, un’emozione, un’immagine che rappresenti il ricordo di aver letto il libro di Gloria Griggio; non è una ricerca facile, e le ultime pagine, in una climax ascendente ricercata con elegante discrezione, offrono una folla di sensazioni ed impressioni veicolate ed impresse con le parole, quasi in frenetica, eppure ordinata corsa, per seguire l’incessante sviluppo dei sentimenti; un’idea, però, emerge per lucidità e profondità: una ragazza giovane, di grande intelligenza e straordinaria bellezza, destinata al necessario successo, come suggello delle sue molteplici qualità ed abilità, di modella, scrittrice e pittrice, sente e comprende di essere stata “salvata”da un’insensibile banalità grazie alla nonna, che le ha regalato la sua sofferenza per renderla migliore. Queste le sue esatte parole: “……dovrei ringraziarla, ancora una volta, perchè con la sua malattia mi avrebbe salvata da un’insensibile banalità, regalandomi la sua sofferenza per rendermi migliore.” E non è forse “l’insensibile banalità” il male profondo dei nostri tempi, l’Alzheimer dello spirito, che annulla la vitalità dell’anima, distrugge la sincera spontaneità del cuore, vanifica l’autenticità degli affetti? Messaggio di inestimabile valore, quello che ci viene trasmesso: attraverso l’osservazione della sofferenza non nascono il desiderio del piacere e l’ansia di godere, finchè la vita lo consente, ma il bisogno, morale ed affettivo allo stesso tempo, di offrire il proprio amore, tanto disperato quanto autentico, per riscattare l’aridità del deserto della vita e la consapevolezza che il più autentico conforto è il recupero attraverso la fantasia dei sogni e della speranza, fino a realizzarli nella dimensione dell’arte. Non bisogna confondere questa consapevole e matura “operazione del cuore” con l’illusione della mente; lo scopo riconosciuto è riconsegnare alla vita un significato autentico, vincendo il torpore dell’abitudine, dell’assuefazione e della superficialità. Solo così il male è vinto, navigando oceani di luce, nonna e nipote, sulla barca della fantasia, attraverso i sogni, per sempre. “Insieme possiamo guidare questa barca… navighiamo nel vento… qui siamo noi i padroni del tempo…davanti a noi l’azzurro, laghi di cielo tra nuvole arancioni. Basta un attimo e si vola. Sì, nonna, noi non la diamo vinta a nessuno! E ce la ridiamo di tutti i mali degenerativi di questo mondo. Vedrai. Tu tieni la barra a dritta e tieniti forte che io alzo il volume dei sogni….”

Dopo la lettura del testo di Gloria Griggio ci resta confitta nel cuore , per usare le parole della poesia che introduce l’opera, l’immagine di una farfalla appoggiata alla mano di chi sa amare; e rinasce la speranza, al pensiero di una prigioniera ribelle capace di abbattere ogni carcere con la sola forza dell’amore.

 

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Libreria Mondadori SP 1

 

 

PAOLO MENEGHETTI (Critico d’estetica contemporanea)

Recensione “Sulle rotte dei profumi”Nel suo film situazionista che s’intitola In girum imus nocte et consumimur igni, Guy Debord aveva scritto in sovrimpressione che “gli uomini sono i pezzi d’un gioco voluto dal cielo”. Il destino quasi si diverte contro di noi, entro una sorta di… “scacchiera ontologica”. L’uomo esiste perché si muove nel mondo, nella sua dimensione spazio-temporale, superando le varie situazioni. La dimensione della necessità certo rientra nell’Essere. Di conseguenza accade che questo “giochi contro di noi”, come se diventassimo i suoi pezzi. Debord immagina che esista una “scacchiera dell’Essere”. Gloria Griggio, col libro che s’intitola Dentro il male, ci racconta di sua nonna Maria, che purtroppo ha contratto il morbo di Alzheimer, stravolgendo la vita dei familiari. Una demenza senile che colpisce in modo inaspettato, con tutto il fatalismo del caso (p. 17). Il morbo di Alzheimer realmente “gioca contro di noi”, perché va ad irridere le regole della vita, che l’uomo dapprima pensa e poi memorizza. La malattia porta il disordine nella mente. Maria è destinata a perdere progressivamente le più elementari facoltà cognitive, come se regredisse nell’infanzia, quando il cervello può solo “giocare” a pensare, quantomeno finché non sviluppa la memoria. Debord ritiene che morendo l’uomo “ritorni nella scatola del Nulla”. Prima d’iniziare una partita a scacchi, i pezzi si trovano stabilmente riposti, nell’impossibilità che servano a qualcosa. L’antropologia insegna che noi sentiamo il bisogno di custodire i morti, massimamente con la pratica della sepoltura. Il morbo di Alzheimer causa la rimozione della mente, che non si muoverà più: pensando, ragionando, giudicando ecc… La scrittrice ci ricorda che la malattia toglie la dignità personale e nel contempo anche la “ribellione” per questa perdita (p. 39). Il morbo di Alzheimer nell’immediato “svuota” la mente, uccidendola solo a lungo andare. Maria molto probabilmente risponde agli stimoli esterni con un’immaginazione, la quale resta fine a se stessa (senza darle un senso). La sua mente “contiene” ancora qualcosa, ma solo vagheggiando (p. 83). E’ la “scatola del Nulla” di cui parlava Debord, benché in via rigorosamente ontologica. Forse Maria coglie il tono degli stimoli esterni, conservando la facoltà della percezione (ad esempio quando gli infermieri od i familiari devono “disturbarne” il corpo, per curarla). Ma poi le manca la riflessione concettuale. Gloria Griggio scrive che noi “siamo una pedina che non scegliamo”, mentre “siamo giocati sin dai primi mesi di vita” (p. 112). Qui pare che la suggestione “scacchistica” di Debord abbia realmente un senso di tipo ontologico. Il fatalismo aumenta perché Maria in qualche modo “subì di vivere” anche quando godeva di ottima salute (p. 57). Conosciamo la frase del poeta Mallarmé, per cui “un colpo di dadi non abolirà mai il caso”. Anche se l’uomo indovinasse il tiro più propizio per lui, questo semplicemente sarebbe il suo destino. Per la scrittrice, accade che il colpo di dadi parta “da un casinò truccato” (p. 112). Anche qui a “giocare contro di noi” è il destino. Resta da chiedersi quale senso abbia la solidarietà umana, se accettiamo il fatalismo. Paradossalmente il libro di Gloria Griggio ci mostra una certa tensione verso la soggettività. Proprio all’inizio del libro, accade che la scrittrice si lamenti per l’uso anonimo delle varie schedature, nelle porte e nei letti dell’ospedale (p. 15). Possiamo citare la filosofia di Sartre, che è di tipo esistenzialistico. Tutta la realtà si dà “come tale” solo in quanto “appare nella coscienza di un certo (singolo) uomo”. L’io soggettivo che definisce qualcuno costituisce ogni ente del mondo, di genere sia astratto sia materiale. Sartre giudicava che la sua filosofia avesse un carattere umanistico. Se l’esistenza della coscienza precede l’essenza della realtà (costituendola in via concettuale), ogni persona è primariamente responsabile di sé e di tutti gli altri. Ammesso che l’esteriorità (sia astratta sia materiale) si dia come tale unicamente perché esiste un soggetto, teoricamente diventa impossibile “oltrepassare” questo. L’esistenza d’una singola coscienza è nell’interezza della realtà che incontra. Di conseguenza, la necessità di scegliere per se stessi implica (in modo paradossale) la necessità di scegliere per gli altri. La coscienza soggettiva è tanto libera quanto vista come libera. Un uomo si rende tale perché esiste, ma ciò comporta necessariamente l’idea d’una interazione, dove sta l’esteriorità. Sartre pensava che la sua filosofia fosse ottimistica. Se da un lato ognuno di noi è destinato a scegliere per se stesso, non possiamo rinunciare ad agire, così da rapportarci materialmente con gli altri. Per Sartre, chi prende una decisione avrà sempre un impegno da rispettare. E l’idea della responsabilità chiede che ci rivolgiamo a qualcun altro (massimamente in chiave morale). In questo senso, la filosofia esistenzialistica avrebbe una vena umanistica. Sartre si professava ateo, mentre leggiamo che la nonna di Gloria è credente. La storia della filosofia ci ricorda anche l’esistenzialismo religioso di Jaspers e Marcel. La scrittrice rivendica continuamente il bisogno che la nonna riacquisti la soggettività, contro la mente “svuotata” di senso dalla malattia. Una posizione molto esistenzialistica, che nascostamente si spiega ove Gloria tenda a rivedere se stessa in Maria. La scrittrice svela d’avere un temperamento abbastanza malinconico, per la sua capacità sensibile (p. 57). Sappiamo che prima d’ammalarsi Maria affrontò una vita comunque “sofferta”, probabilmente lavorando. Gloria riconosce la sua sensibilità nella giovinezza dei rapporti affettivi, dolendosi per qualche errore di scelta. Lei accudisce la nonna anche per “mettersi in discussione”: un esito di nuovo esistenzialistico. Gloria scrive che fra lei e Maria si trova “un elastico teso”, ancorato sia all’amore che non si può dimenticare sia alla memoria incapace di funzionare (p. 106). Chi è sensibile reagisce agli stimoli esterni in modo immediato, impulsivamente. E normalmente la memoria funziona bene quando ci pare meccanica. In entrambi i casi percepiamo il dinamismo d’una elasticità. A volte la “malattia… della giovinezza” (mancante una vera esperienza di vita) ci impedisce di razionalizzare la sensibilità, un po’ come accade nel danno cerebrale di Maria. L’impressione è che la nonna, con la saggezza della “vecchiezza”, poteva guidare la nipote verso la sua maturazione femminile. Si noti che nel libro la solidarietà contro la malattia riguarda quasi esclusivamente le donne. Ad accudire Maria sono soprattutto la figlia e per l’appunto la nipote. Forse gli uomini hanno più impegni di lavoro? Restringere alle femmine la storia delle cure familiari favorisce la percezione sensibile entro l’esistenzialismo della situazione. Ove Gloria ammetta che le sue suggestioni finiscano per “irritarla” (nella loro “cruna”, concentrandosi molto in se stesse), è una donna ad averle dapprincipio insegnato l’arte del “cucito” (p. 57). Qualcosa che si carica d’una vena simbolica. Esiste la “cucitura” dei legami affettivi, in prevalenza dopo che li abbiamo persi. La sottolineatura tutta “al femminile” della solidarietà (assistenza) terapeutica si ritrova anche nella classificazione “vegetale” dei capitoli. Ogni esperienza della malattia cerebrale, e – perché no? – anche di quella adolescenziale, virtualmente ha per Gloria un “profumo” diverso. C’è la semplicità del gesto che saluta, contro la banalità del tratto che registra, quando la scrittrice visita Maria in ospedale: nel capitolo dedicato alla margherita, coerentemente un fiore molto comune. Nella quercia si sente un “profumo… stagionato”: lo stesso d’una medicina, che verrà assunta per molti anni (visto che il morbo di Alzheimer uccide nel tempo). Ma un albero così resistente conferma nella nipote la volontà di aiutare la malata. Il primo capitolo del libro è senz’altro quello steso in via più lirica. Gloria Griggio gli ha destinato nel titolo la metafora della lavanda. Un fiore utilizzato per profumare l’acqua, con tutti gli esiti “purificanti” del caso. In questo caso, la scrittrice simbolicamente si spoglia d’ogni approccio solo frivolo alla vita per passare “dentro il male”. Nel reparto ospedaliero, la “lavanda… del cervello” ha toni sicuramente più grigi (annebbianti) che blu (riposanti). Tendenzialmente l’attitudine alla ricezione del profumo (nella sua chance di attrarre o di respingere qualcuno) compete più alle donne che ai maschi… Nel libro di Gloria Griggio, l’esistenzialismo di fondo ha una conclusione senza dubbio umanistica, che riguarda essenzialmente il mondo femminile. Contro la rassegnazione alla malattia, la scrittrice rivendica la nobiltà d’animo del volontariato. Il fatalismo concettualmente non è negato, ma nella vita pratica lo si affronta nella privatezza della responsabilità. Possiamo citare una frase di Gloria, dove l’esistenzialismo di tipo umanizzante ci pare più evidente. Lei “ama vivere della propria arte”, sacrificandosi per questa, nella consapevolezza che “alla fine le arriverà una ricompensa morale” (p. 98). Un esistenzialismo dagli echi quasi “romantici”, in chiave letteraria. Ricordiamo i libri del neurologo Sacks, il quale narra sui casi clinici dei suoi pazienti. Fino al 1800, la scienza aveva un approccio “personale” verso la malattia. Agli albori della medicina Ippocrate voleva che il paziente descrivesse cosa gli stava succedendo, mediante l’anamnesi. La sua personalità entrava direttamente in gioco, ai fini della guarigione. Sacks recupera una visione simile, contro lo scientismo moderno. Spesso i malati cerebrali gli raccontano storie di matrice quasi fiabesca, parendo “viaggi mentali verso terre inimmaginabili”. Nel paziente torna l’archetipo del personaggio che funge da guerriero, da martire, da eroe ecc… Il neurologo Lurija parlò per primo d’una possibile “scienza romantica”. Sacks non descrive tanto il deficit fisico della mente, quanto le turbe del pensiero e del ragionamento, causate da quello. Un danno neurologico può condurre tanto alla perdita quanto agli eccessi della personalità. Maria ad esempio passa entrambe le situazioni. Sacks ci ricorda che indipendentemente da questo la soggettività del malato tenta di reagire, ricostituendosi il più possibile. E’ stato Freud a capire per primo che i sintomi stranianti del danno neurologico inquadrano una “lotta del sé in circostanze avverse”. Gloria Griggio racconta i discorsi assurdi della nonna, che ignorandone il male parrebbero quasi irridenti (p. 31). Certo Maria non vagheggia nulla di fantasioso, perché il morbo di Alzheimer alla lunga semplicemente le annulla la mente, rendendola indifferente alla vita. Sacks pensa che noi possiamo vivere senza fare astrazioni intellettuali, giammai perdendo la “praticità” del giudizio mentale (che porta alle decisioni, aventi senso relazionando con l’ambiente esterno). La scrittrice sente la difficoltà di razionalizzare il male, ad esempio in via filosofica (p. 71). Ahimè la nonna ha perduto del tutto la capacità di giudicare. Gloria Griggio, invece, trova contro la malattia di Maria uno sfogo verso l’immaginazione creativamente fantastica, se non addirittura fiabesca. Alla fine del libro, il lettore in qualche modo si aspetta che la scrittrice risponda al quesito per cui è possibile o meno uscire “dalla… catena stringente” della degenerazione cerebrale. Una volta “entrati” nel morbo di Alzheimer, sia Maria sia Gloria vi sprofonderanno negli anni, continuamente. Allora, la scrittrice va recuperando la dimensione dello “svago fantastico”, di frequente ad occhi aperti (da sveglia). Nel sogno, normalmente accade che il ragionamento mentale sprofondi in se stesso. Gloria Griggio immagina che la stanza col letto della malata possa muoversi come se fosse una barca (p. 119). Lei crede che tale fantasia la aiuti a sopportare meglio la situazione. La stanza “naviga nel vento della costa ligure”, con le pastiglie ed i flaconi medicinali che fungeranno da carburante. C’è un passo del libro dove la scrittrice dichiara il suo amore per il mare, che lei sente di casa (nascendo a La Spezia). Soprattutto la costa ligure consta di molte insenature, per cui le terre quasi si specchiano l’una con l’altra, favorendo l’introspezione personale (p. 90). Ricordiamo che il poeta Montale (già corregionale di Gloria Griggio) trovava nell’immagine del mare la possibilità di lenire esteticamente la sua malinconia esistenziale. Di recente, il filosofo Aresu ha commentato il “problema della navigazione” nei dialoghi platonici. Invero questa può accadere in tre casi. Con la prima navigazione, simbolicamente accade che l’uomo percepisca la bellezza della natura, spingendosi a cercarne le cause. Subito ciò si mostra insoddisfacente. La seconda navigazione si dà allorché noi riconosciamo il pregiudizio di cogliere il mondo tramite la nostra soggettività. L’ammissione del sé comporta l’apertura al piano più universalmente metafisico, con tutte le astrazioni del caso. La terza navigazione sta nel bisogno di cercare la Verità. Nel “mare dell’Essere”, con gli ondeggiamenti della nostra vita, disponiamo appena d’una misera zattera. La filosofia va messa di continuo in discussione, senza che possiamo usarla “saldamente”. Così Platone preferisce che la ricerca della Verità si dia navigando con la zattera, anziché nella più comoda barca. Il “mare dell’Essere” ha una vena sempre tortuosa. Gloria Griggio scrive la sua suggestione della “stanza che naviga” entro lo stravolgimento affettivo del male. I cristiani ritengono che la Verità vada cercata, nella tortuosità della vita, specialmente tramite l’amore. Noi riconosciamo alla scrittrice l’indole al volontariato civile. La navigazione di Gloria Griggio non è astrattamente concettuale, ed in tal senso riconverte nella sanità quella ahimè malata di Maria. La sua finalità resta di tipo morale. Ricordiamoci che per Platone la Verità chiama in sé l’Idea del Bene. Certo la nonna è destinata a “sprofondare” negli abissi del male (p. 127). Gloria Griggio può continuare a vivere, ricercando la sua verità esistenziale. Il libro in questione ha i capitoli idealmente rimandati ai profumi vegetali. E’ come se la navigazione verso il bene si dia seguendo le… “rotte dell’infiorescenza”. Sembra paradossale che le piante e gli alberi possano disseminarsi in mare, crescendo naturalmente in terra. Però il profumo non appartiene alla vegetazione, né “verdeggia”. Esso ha una vena fondamentalmente liquida, per cui è facile assegnarli simbolicamente un tono azzurro, parimenti al mare.

 

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